Certe presenze non entrano nella vita: la attraversano come luce. E da quel momento, il cuore sa già dove tornare.

Non so se sia stato il caso, il desiderio, o quella misteriosa ostinazione del cuore che riconosce qualcuno prima ancora di capire il perché. So soltanto che, anche da lontano, continui ad avere il suono di qualcosa che manca e insieme consola, come una luce che non smette di cercarti anche quando chiudi gli occhi.

Forse mi piace vederti arrabbiata. O forse mi piace il fatto che, persino nella tua rabbia, resti irrimediabilmente tu. I tuoi gesti, il modo in cui muovi il collo, quello in cui lasci andare le braccia quando cammini, la linea del tuo mento, il punto esatto in cui finisce lo smalto e cominciano le dita: in tutte queste cose c’è una lingua segreta che io continuo a voler imparare.

E allora sì, vorrei esserci. Quando il mondo ti accarezza e quando invece ti pesa addosso, quando sei stanca, quando sei forte, quando fai finta di non aver bisogno di nessuno e quando, in silenzio, avresti solo voglia di essere capita. Vorrei esserci senza rumore, con la pazienza di chi resta e con la delicatezza di chi guarda davvero.

Perché non sto inseguendo un sogno, e nemmeno una versione facile di te: ti ho scelta. E se un giorno me lo permetterai, vorrei imparare a starti accanto così — con verità, con cura, con occhi capaci di riconoscerti — finché il tuo nome non mi sembrerà più lontano, ma semplicemente inevitabile.

Ciao, se tu sei lei riscrivimi il tuo nome, però quello breve.